Acquisto di quote sociali in violazione del patto di prelazione

In Contratti, Diritto Civile, Diritto Societario
Cassazione Civile, Sezione. I, sentenza dell’08 aprile 2015, n. 7003 (rv. 634911) [leggi sentenza]

In tema di società di capitali, l’acquisto di quote sociali effettuato in violazione del patto di prelazione statutariamente previsto in favore dei soci determina l’inefficacia del relativo trasferimento nei confronti degli altri soci e della società, ma non anche la nullità del negozio traslativo tra il socio alienante ed il terzo acquirente. È questo il principio stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza dello scorso 8 aprile n. 7003.

La clausola di prelazione costituisce uno degli strumenti attraverso cui i soci possono derogare al principio della libera trasferibilità delle partecipazioni sociali. Tale vincolo impone al socio intenzionato a vendere in tutto o in parte le proprie partecipazioni sociali, l’obbligo di offrirle preventivamente ai soci (c.d. denutiatio), secondo la procedura indicata nella clausola e di rispettare i tempi da essa dettati al fine di consentire ai soci l’esercizio del proprio diritto di prelazione (spatium deliberandi). Ne deriva che l’alienazione al terzo contraente delle partecipazioni sociali sarà consentita soltanto ove nessuno dei soci abbia esercitato la prelazione nei termini concessi dallo statuto oppure nel caso in cui la prelazione non sia stata esercitata per la totalità della partecipazione sociale da alienare.

Il rilievo di una siffatta clausola è profondamente diverso a seconda che essa sia inserita nello statuto ovvero sia prevista in patti parasociali: mentre in questa seconda ipotesi è pacifico il rilievo inter partes del patto con l’esito che la sua violazione non produce alcun effetto sul trasferimento della partecipazione sociale, nel primo caso (che è il caso di specie), invece, il vincolo di prelazione assume un valore reale erga omnes con conseguente rilevanza esterna del vincolo. Ciò ha delle implicazioni pratiche di notevole portata che aprono la strada a diverse soluzioni dottrinali e giurisprudenziali: secondo una prima interpretazione, la realtà del vincolo di prelazione determinerebbe un vero e proprio vincolo di indisponibilità delle partecipazioni sociali, che inficerebbe la validità del trasferimento determinandone la nullità per impossibilità dell’oggetto. È stato, tuttavia, efficacemente sostenuto come la clausola di prelazione non costituisca un divieto di vendita delle azioni ma, piuttosto, impone il rispetto di determinate priorità nella scelta del contraente. Secondo un’altra tesi, che estende alla clausola di prelazione un’interpretazione che ha trovato larghi consensi in ordine alla clausola di gradimento, il trasferimento della partecipazione sociale rimarrebbe valido ed efficace inter partes, ma sarebbe inopponibile alla società.

Nella sentenza in commento, gli ermellini hanno preferito questa seconda tesi evidenziando anche che l’eventuale previsione statutaria di una prelazione ha natura non legale ma negoziale e solo in tale ambito trova la sua disciplina. Da ciò la Suprema Corte fa discendere le seguenti tre conseguenze:

  • inopponibilità, nei confronti della società e dei soci titolari del diritto di prelazione, della cessione della partecipazione sociale;
  • obbligo di risarcire il danno eventualmente prodotto, alla stregua delle norme generali sull’inadempimento delle obbligazioni;
  • impossibilità di riscattare la partecipazione nei confronti dell’acquirente.
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