ACCORDO DI RISTRUTTURAZIONE DEI DEBITI: il decreto di omologazione è soggetto a ricorso straordinario per Cassazione

In Diritto Societario
Cassazione Civile, sezioni unite, sentenza n. 26989 del 27/12/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Roberta Di Maso

“Il decreto con cui la Corte d’Appello, decidendo sul reclamo ai sensi dell’art. 183 comma primo, richiamato dall’art. 182-bis comma quinto, l. fall., provvede in senso positivo o negativo in ordine di omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, ha carattere decisorio ed è pertanto soggetto, non essendo previsti dalla legge altri mezzi di impugnazione, a ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell’art. 111 comma settimo Cost.”.

“In caso di ricorso per cassazione del debitore avverso il decreto con cui la corte d’appello, provvedendo sul reclamo ai sensi dell’art. 183, comma 1, richiamato dall’art. 182- bis, comma 5, l. fall., nega l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti, la legittimazione passiva non spetta al pubblico ministero, essendo questo privo del potere d’impugnazione del provvedimento, bensì ai creditori per titolo e causa anteriore alla data di pubblicazione dell’accordo nel registro delle imprese, ai quali si riferiscono gli effetti dell’accordo stesso, nonché agli altri interessati che abbiano proposto opposizione”

Questi i due principi di diritto sanciti dalla Corte Suprema di Cassazione, Sezioni Unite, con sentenza n. 26989/2016 relativamente alla ricorribilità per Cassazione del decreto con cui la Corte d’ Appello rigetta il reclamo (promosso ex art. 182-bis, comma 5, l. fall.) contro il decreto del tribunale di diniego di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti.

Nel caso in esame, la Corte d’appello di Napoli respingeva il reclamo proposto da una S.r.l. avverso il decreto del Tribunale di Avellino con cui si negava l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti stipulato dalla società con i propri creditori. La Corte verificava, pertanto, che l’accordo non raggiungeva la soglia minima del 60% dei crediti, illegittimamente calcolata dalla società debitrice che aveva escluso i crediti della Banca della Campania S.p.a. Quest’ultima, impugnando il suddetto provvedimento, proponeva ricorso per Cassazione ribadendo le contestazioni nei confronti dei crediti della Banca, oppostasi all’omologazione, e la conseguente irrilevanza dei medesimi, a suo avviso, a fini del calcolo della percentuale. Il ricorso, notificato solo al Procuratore generale presso la Corte d’appello e alla Corte d’appello stessa, viene poi rimesso alle Sezioni Unite, rilevando la necessità di risolvere una questione di massima importanza “occorrendo chiarire l’oggettiva impugnabilità del provvedimento in esame prima ancora di esaminare la questione (rilevabile di ufficio) dell’integrità del contraddittorio, essendo stato notificato il ricorso soltanto al P.M.”.

La Cassazione propone, pertanto, una disamina in via comparativa tra la fattispecie in esame e l’istituto del concordato preventivo, più ampiamente disciplinato a seguito delle modifiche apportate dal d.lgs. 169/2007, estendendo anche l’indagine a tutti i casi di provvedimento negativo successivo alla procedura di concordato.

Posto che, in via di principio, un provvedimento avente forma diversa dalla sentenza è suscettibile di ricorso straordinario per Cassazione ex art. 111.7 Cost., allorquando abbia carattere decisorio e definitivo,  il decreto conclusivo del giudizio di omologazione (o non omologazione) dell’accordo (analogamente avviene anche per l’istituto dell’omologazione del concordato fallimentare) si pone in una posizione diametralmente opposta, avendo il procedimento natura contenziosa. L’art. 182 – bis l. fall. prevede infatti che il tribunale proceda all’omologazione in camera di consiglio con decreto motivato, dopo aver deciso eventuali opposizioni presentate da creditori con titolo o causa anteriore alla pubblicazione o altri interessati, entro 30 giorni dalla pubblicazione nel registro delle imprese. Il decreto è reclamabile dinanzi alla Corte d’Appello e il provvedimento di quest’ultima è poi soggetto a ricorso per Cassazione.

Deve, pertanto, riconoscersi, la presenza dei requisiti di decisorietà e definitività di tale provvedimento trattandosi, come più volte sottolineato dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. sent. Cass. Sez. Prima n. 824/1971, sent. Cass. Sez. Prima n. 2953/1953) ,  di provvedimenti mediante i quali il giudice nel contraddittorio tra le parti attribuisce un diritto soggettivo oggetto di contestazione (anche solo eventuale). Per decisorietà si intende, infatti, l’attitudine di un provvedimento ad incidere sui diritti soggettivi di un soggetto con efficacia di giudicato, effetto tipico della giurisdizione contenziosa, che può esprimersi anche solo in via potenziale tra le parti (cfr. sent. Cass. Sez. prima n. 10254/1994). La definitività, invece, riguarda la non assoggettabilità del provvedimento ad un diverso mezzo di impugnazione, che giustifica la ricorribilità per Cassazione del successivo provvedimento.

Nel caso in esame, pur sussistendo i suddetti requisiti, sorgevano problemi di ammissibilità relativamente all’instaurazione del contraddittorio, non essendo stato notificato il ricorso  ad alcuno dei soggetti legittimati su cui ricadono gli effetti dell’accordo, ma soltanto al P.M. privo del potere di impugnazione portando, infine, all’inammissibilità del ricorso.

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